Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è determinato “da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” (art. 3, seconda parte, L. n. 604/1966). Ipotesi tipica di g.m.o. è quella del licenziamento conseguente alla soppressione del posto di lavoro o del reparto cui è addetto il lavoratore interessato.

Secondo il consolidato orientamento dei giudici di legittimità, le scelte imprenditoriali che hanno portato alla decisione di licenziare costituiscono espressione della libertà di iniziativa economica privata tutelata dall’art. 41 Cost. e non sono pertanto sindacabili dal giudice, al quale compete invece il controllo in ordine all’effettiva sussistenza delle ragioni poste a base del licenziamento e sul nesso causale tra la ragione adottata e la soppressione del posto di lavoro del dipendente licenziato onde verificare, tra l’altro, la non pretestuosità della scelta organizzativa. Pertanto, incombe al datore di lavoro l’onere di provare in giudizio l’effettività delle esigenze produttive/organizzative, la loro l’incidenza sulla posizione occupata dal lavoratore licenziato e l’impossibilità di una sua differente utilizzazione in mansioni diverse da quelle precedentemente svolte.

Con specifico riferimento al licenziamento determinato dalla soppressione del posto di lavoro è costante l’affermazione dei giudici di legittimità secondo cui “il motivo oggettivo di licenziamento, nel cui ambito rientra anche l’ipotesi di riassetto organizzativo attuato per la più economica gestione dell’impresa, è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, mentre al giudice spetta il controllo della reale sussistenza del motivo addotto dall’imprenditore”; ne consegue che non è sindacabile nei suoi profili di congruità ed opportunità la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del settore lavorativo, del reparto o del posto cui era addetto il dipendente licenziato, sempre che risulti l’effettività e la non pretestuosità del riassetto organizzativo operato (vedi, da ultimo, in senso conforme Cass. n. 18409/2016 e Cass. n. 16544/2016).

ORIENTAMENTI DISCORDI
I giudici hanno manifestato opinioni discordi su un punto e cioè se il licenziamento per ragioni economiche debba ritenersi giustificato solo in presenza di sfavorevoli situazioni attraversate dall’azienda, influenti in modo decisivo sulla normale attività produttiva, ovvero dalla necessità di affrontare contingenze straordinarie, o possa invece rientrare nella fattispecie configurata dalla legge anche il recesso motivato soltanto dalla riduzione dei costi.

Il primo orientamento (sul quale vedi, da ultimo, Cass. n. 13116/2015 e Cass. n. 5173/2015) è esemplificato da alcuni passaggi ricavati dalla motivazione della sentenza n. 4146/1991: “il giustificato motivo oggettivo di licenziamento può anche consistere nella esigenza sopravvenuta di una riorganizzazione del lavoro attraverso la sostituzione del dipendente licenziato con quello personale, non retribuito, dello stesso imprenditore e nella semplificazione del lavoro mediante impiego di macchina elettronica, per un’apprezzabile riduzione dei costi di impresa; occorre peraltro che l’esigenza di tale riduzione sia imposta da una seria ragione di utile gestione dell’azienda e non di per sé per l’effetto dell’accrescimento del profitto”. E ancora “stante il principio della stabilità del rapporto di lavoro privato a tempo indeterminato … non basta un generico programma di riduzione dei costi, ma occorrono cause che col loro peso si impongano sull’esigenza della stabilità e, come tali, siano serie e non convenientemente eludibili; la persistenza dello stato di floridità dell’impresa potrebbe essere attendibile indice dell’inesistenza di un giustificato motivo obiettivo”.

Il secondo orientamento è stato recentemente ribadito in una sentenza (Cass. n. 25201/2016) che ha affrontato il caso di un’impresa che aveva licenziato un dipendente per soppressione della posizione, motivata dall’esigenza tecnica di rendere più efficiente la gestione aziendale mediante uno snellimento della catena di comando.

Dopo un approfondito esame dei precedenti giurisprudenziali i giudici si sono pronunciati: le ragioni inerenti all’attività produttiva possono derivare anche da riorganizzazioni o ristrutturazioni aziendali dirette esclusivamente al risparmio dei costi o all’incremento dei profitti.
Opinare diversamente – si legge nella motivazione della sentenza – significherebbe affermare il principio, contrastante con quello sancito dall’art. 41 Cost., per il quale l’organizzazione aziendale, una volta delineata, costituisce un dato non modificabile se non in presenza di un andamento negativo e non anche ai fini di una più proficua configurazione dell’apparato produttivo del quale il datore di lavoro ha il naturale interesse ad ottimizzare l’efficienza e la competitività.

Pietro Zarattini

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