Il lavoro accessorio è stato introdotto nel nostro ordinamento dal D.Lgs. n. 276/2003, con l’obiettivo di attrarre nell’alveo della legalità prestazioni lavorative marginali svolte abitualmente in nero. In origine le prestazioni occasionali di carattere accessorio erano configurate come attività occasionali non riconducibili a tipologie contrattuali tipiche, rientranti nelle casistiche indicate dalla legge e qualificate da limiti quantitativi di carattere economico. La disciplina dell’istituto è stata più volte modificata e da ultimo integralmente riformulata dagli artt. 48-50, D.Lgs. n. 81/2015, con l’ottica di estendere il lavoro accessorio a tutti i settori produttivi e delimitarne l’utilizzazione solo mediante il parametro costituito dall’entità del compenso percepito dal singolo prestatore.

Ora il D.L. 17 marzo 2017, n. 25, reca al primo comma dell’art. 1 l’abrogazione con effetto immediato dei predetti artt. 48-50 e al secondo comma una disposizione di carattere transitorio che consente l’utilizzazione fino al 31 dicembre 2017 dei buoni (voucher) acquistati o comunque richiesti fino al momento dell’abrogazione.

Pertanto, il disposto normativo da un lato ammette espressamente la possibilità che i legittimi possessori di voucher continuino ad utilizzare l’istituto per tutto il corrente anno fino ad esaurimento dei buoni posseduti, ma dall’altro non precisa se continuano a trovare applicazione nei confronti dei committenti e dei prestatori di lavoro accessorio le modalità risultanti dalle norme abrogate. Infatti, nel testo del decreto manca ogni indicazione al riguardo e sarebbe pertanto auspicabile – vista la rilevanza pratica della questione – un intervento chiarificatore dell’Ispettorato nazionale del lavoro.

Si riassumono di seguito limiti e obblighi concernenti il lavoro accessorio secondo le norme appena abrogate.

Limiti di utilizzo
Il parametro di riferimento economico che qualifica il lavoro accessorio è costituito dal compenso complessivo percepito dal prestatore di lavoro nel corso di un anno civile (dal 1° gennaio al 31 dicembre). Tale compenso non può essere superiore a 7.000 euro netti (9.333 euro lordi) con riferimento alla totalità dei committenti. Fermo restando il limite complessivo annuo di cui sopra, nei confronti dei committenti imprenditori o professionisti le prestazioni di lavoro accessorio possono essere svolte a favore di ciascun singolo committente per compensi non superiori a 2.000 euro netti.

I percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno del reddito possono svolgere lavoro accessorio, in tutti i settori produttivi, nel limite complessivo di 3.000 euro netti (4.000 euro lordi) per anno civile.

Fermi restando i limiti del compenso economico annuo individuale, nel settore agricolo il lavoro accessorio può riguardare esclusivamente:

  • le attività di natura occasionale, rese nell’ambito delle attività agricole di carattere stagionale, effettuate da pensionati e da giovani con meno di 25 anni di età se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado, compatibilmente con gli impegni scolastici, ovvero in qualunque periodo dell’anno se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso l’università;
  • le attività agricole svolte a favore di soggetti di cui all’art. 34, c. 6, D.P.R. n. 633/1972 (piccoli produttori agricoli), che possono utilizzare in qualunque tipologia di lavoro agricolo qualsiasi soggetto purché non sia stato iscritto l’anno precedente negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli.

Comunicazione all’Ispettorato nazionale del lavoro
Secondo la previgente normativa i committenti imprenditori non agricoli o professionisti che ricorrono a prestazioni di lavoro accessorio sono tenuti, almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione, a comunicare alla sede territoriale competente dell’Ispettorato nazionale del lavoro, mediante sms o posta elettronica, i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore, indicando altresì il luogo, giorno e ora di inizio e di fine della prestazione. I committenti imprenditori agricoli sono tenuti a comunicare, nello stesso termine e con le stesse modalità, i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore, il luogo e la durata della prestazione con riferimento ad un arco temporale non superiore a 3 giorni.

Pietro Zarattini

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