Nel dirimere una questione assai controversa in ordine alla qualificazione del rapporto intercorrente tra l’amministratore unico o il consigliere di amministrazione e la società per azioni, la Corte di cassazione a Sezioni unite ha stabilito (sentenza n. 1545 del 20 gennaio 2017) che esso è riconducibile ad un rapporto organico di tipo societario, precisando come non possa tuttavia escludersi la possibilità che si instauri tra la società e la persona fisica anche un rapporto di altra natura (subordinato, parasubordinato o d’opera).

Con questa sentenza i giudici di legittimità hanno ribaltato l’assetto finora dato alla materia da una precedente decisione delle stesse Sezioni unite (sentenza n. 10680 del 1994) con la quale veniva invece ammessa la sussistenza in via strutturale di un duplice rapporto: il primo di immedesimazione organica tra la società e l’amministratore, quando agisce come tale, e un secondo rapporto per regolare – tra l’altro – l’attribuzione dei poteri, la durata dell’incarico, il compenso pattuito, riconducibile alla fattispecie della collaborazione coordinata e continuativa.

ORIENTAMENTI CONTRASTANTI
I giudici hanno osservato che le contrastanti sentenze emanate in materia sono state influenzate dai due fondamentali orientamenti formatisi in dottrina sull’argomento:

  • la teoria cd. contrattualistica che individua la presenza di un vero e proprio contratto che legherebbe due soggetti distinti: l’amministratore da un lato e la società dall’altro, ciascuno dei quali autonomo centro di interessi spesso anche contrapposti. Seguendo questa impostazione alcune decisioni hanno sostenuto:
    – la legittimità della previsione statutaria di gratuità delle funzioni di amministratore di società (sentenza n. 2861/2002);
    – l’inapplicabilità al rapporto del disposto dell’art. 36 Cost. con conseguente affermazione di disponibilità e rinunciabilità del compenso (sentenza n. 19714/2012);
    – la necessità di liquidare il danno derivante dalla revoca dell’incarico senza giusta causa, secondo i criteri generali e non equiparando la vicenda alla risoluzione di un contratto di lavoro subordinato (sentenza n. 23557/2008);
  • la teoria cd. organica secondo cui, al contrario, mancherebbe ogni dualismo, configurandosi solo un’immedesimazione dell’organo nella persona giuridica che rappresenta, senza possibilità di un regolamento negoziale interno, fonte di reciproci diritti e obblighi.

Nel pronunciarsi a favore della tesi organica, la Cassazione puntualizza che il radicale ripensamento rispetto alla propria decisione del 1994 deriva dal mutato assetto normativo sviluppatosi in questo lungo lasso di tempo, dalla nuova configurazione dell’intero sistema societario derivante dalle novelle legislative e da un diverso approccio alla materia dei giudici che non possono tener conto solo degli aspetti attinenti alle problematiche procedurali.

CONFIGURABILITÀ DEL RAPPORTO DI LAVORO
Quanto finora affermato concerne la figura dell’amministratore societario nelle sue funzioni tipiche di gestione e rappresentanza dell’ente, cioè come soggetto che immedesimandosi nella società le consente di agire e di raggiungere i propri fini imprenditoriali. Non è escluso però che si instauri, tra la società e la persona fisica che la rappresenta e la gestisce, un autonomo, parallelo e diverso rapporto che può assumere, secondo l’accertamento esclusivo del giudice di merito, le caratteristiche di un rapporto subordinato, parasubordinato o d’opera.

Al riguardo viene ricordata la sentenza n. 1796/1996 che, dopo aver affermato la compatibilità giuridica tra le funzioni di lavoratore dipendente e quelle di amministratore di società, precisa che la sussistenza di un simile rapporto deve essere verificata in concreto, essendo indispensabile, da una parte, l’oggettivo svolgimento di attività estranee alle funzioni inerenti al rapporto organico, dall’altra la ricorrenza della subordinazione, sia pure nelle forme peculiari compatibili con la prestazione lavorativa dirigenziale.
Nella specie si trattava di un soggetto che originariamente era stato assunto dalla società con la qualifica di dirigente e, solo successivamente, era stato investito della carica di componente del Consiglio di amministrazione, da lui in alcune occasioni presieduto. Veniva così confermata la sentenza di merito che aveva dichiarato illegittimo il licenziamento del dirigente in assenza di prova, da parte della società, della cessazione del rapporto di lavoro subordinato e della sua sostituzione con un rapporto diverso.
In un contesto analogo è sembrato configurabile (sentenza n. 1791/2000) un rapporto di lavoro subordinato anche nel caso di un membro del Consiglio di amministrazione al quale erano state attribuite mansioni esorbitanti dai compiti di amministrazione ed assoggettate a specifiche direttive impartite di volta in volta.

Pietro Zarattini

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